Qui in GranbrItalia ben lontani sono i giorni della cultura pop, della carne in scatola, dei panini col pane in cassetta che sa di cartone, una fettina di insalata leggermente deceduta, ed una tonnellata di crema di maionese per insalate, degli anni ’80. Ben lontani sono anche i sabati sera in cui il massimo della sofisticazione era spegnere la televisione e preparare un cocktail di gamberetti – très decadent (quattro gamberetti scongelati rosa chiaro, alcune foglie di insalata leggermente deceduta, ed una tonnellata di blob rosa, voglio dire salsa rosa cocktail. E questi giorni lontani non mancano a nessuno, vero, Lettore Mio? Adesso la Gran Bretagna è conosciuta in (quasi) tutto il mondo per la sua incredibile varietà di ristoranti eccellenti, per il rinascimento d’orgoglio per i cibi artigianali, per l’incredibile interesse gourmet che i britannici hanno scoperto per la cucina internazionale, per le ricette, gli ingredienti, e assaggiano, provano, e si titillano il palato nazionale con qualsiasi cosa buona esista al mondo. Se è davvero buono, la Britannia lo cuoce, mangia, ne parla, ne scrive e ne legge senza sentirsi troppo osè o troppo ‘continentale’ (europea?!), proprio come ogni altra sana nazione al mondo (ovvero, proprio come l’Italia – o almeno quasi).

Nonostante questo, c’è stato un tempo in cui nessuno, da quel lato delle Bianche Scogliere di Dover, avrebbe nemmeno sognato che sarebbe stato un giorno pervertito dalle quattro ‘p’ (pizza, pasta, pesto e Parmigiano), una specie di Fab Four gastronomici GranbrItaliani alla Beatles. C’è stato un tempo in cui non molti da quel lato della Manica sapevano che esistevano alte specialità gastronomiche come i funghi porcini, soprattutto nella loro versione secca e impacchettata, o che cosa fossero i bucatini. C’è stato un tempo in cui solo pochi eletti inglesi potevano scrivere correttamente aglio e olio (e meno ancora pronunciarlo), quando la mozzarella era impossibile da trovare in tutti i  supermercati britannici, non solo, per dire, nelle frazioni di Butterton, Lochinver, Llanglydwen or Frinton-on-Sea, ma nemmeno – nemmeno! – a Londra. Oh, l’orrore! Ancora più orribile visto che anch’io, Lettore Mio, mi ricordo di tutto questo. Oh, cavolo, me lo ricordo eccome. Fino ai mitici anni ’90, non c’era segno di una mozzarella in tutto il regno di Sua Maestà. E nemmeno di una pasta decente che non si appiccicasse alla pentola (non c’era pasta italiana, almeno allora), o di una pizza che assomigliasse più o meno a una … pizza, o di un barattolo di vero pesto. O nemmeno di ricette per fare il pesto a casa, su ogni numero di ogni rivista di cucina (come invece accade oggi, ogni settimana/bisettimana/mese). Ah, il pesto (alla genovese)… quella cosa che vent’anni fa in GranbrItalia non esisteva nemmeno, e adesso sembra essere diventata onnipresente sui menu britannici. Davvero GranbrItaliano!

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In Italia, c’ è da dire, la gente usa il pesto solo come salsa per la pasta, di solito trofie o trenette, a volte con un’aggiunta di patate e fagiolini, spesso anche con gli gnocchetti, forse persino su fette di pomodoro fresco, ma mai, caro Lettore Mio, mai come salsa da spalmare sul pane, sulle piadine, la pitta o le tortillas, sul pesce, con la carne, sui fagioli in scatola con salsa semidolce di pomodoro (I famigerati baked beans), o con il riso. E cosa dire delle infinite variazioni di ‘pesto’, come il pesto di rucola, pesto di lattuga, di pak choi, o di cavolo ricciolino, quella kale così tremendamente di moda? (Il che tra parentesi mi ricorda di scrivere un post sul ‘fascismo del cibo italiano’, come un amico di Beppe Severgnini lo ha descritto – vedi post corrispondente sul suo libro Italians in Italy: se la bis-bis-bisnonna usava la cipolla rossa, nessuno userebbe mai e poi mai la cipolla bianca, pena la scomunica).

A proposito di tutto questo, nel libro della scrittrice di cucina Arabella Boxer, intitolato Book of English Food (1991, 2012, Fig Tree/Penguin [non tradotto in italiano, per cui l’estratto in corsivo che segue è una mia traduzione, di cui ovviamente sono del tutto responsabile: per citare Umberto Eco, un traduttore è sempre traditore, anche involontariamente … e ogni testo è un rifacimento completo di un altro, una cosa nuova, che spesso ha poco a che vedere con il testo originale – il quale si può trovare, appunto in originale, nel post in inglese corrispondente a questo]), c’è un affascinante ritratto della breve stagione felice della cucina inglese negli anni ’20 e ’30, che inizia con un’interessante critica dell’arrivo del gusto GranbrItaliano sulle tavole inglesi nel dopoguerra. Durante e dopo la seconda guerra mondiale,

il razionamento del cibo andò avanti per quindici anni, e quando il primo libro di Elizabeth David, ‘Un Libro di Cucina Mediterranea’, fu pubblicato nel 1950, trovò un pubblico affamato di viaggi all’estero e di cibo interessante – poichè la monotonia, non la fame, era stata la maledizione della nostra dieta di guerra. Il pubblico di lettori adottò auesta visione del mondo mediterraneo con incondizionato fervore, e con un entusiasmo che non è mai cessato. Spuntarono ristoranti con nomi come Le Matelot, con collane d’aglio e reti da pesca incorporate nel loro arredamento. Questi posti furono presto seguiti da un’ondata di trattoria italiane, e la nostra cucina inglese fu presto dimenticata. La passione malriposta per il cibo straniero continua ancora; oggi è la cucina dell’Italia settentrionale a dominare la scena, con i suoi piatti vigorosi di salsiccia e polenta, parmigiano e olio d’oliva… Tutto ciò è una cosa buona superficialmente, ed estremamente godibile quando viene mangiata in Toscana, o in un buon ristorante, ma sembra davvero leggermente ridicolo che il pesto sia dovuto diventare un piatto nazionale” (pp. XII-XIII).

A parte il fatto di forse rendere in maniera impercettibile una sola donna la responsabile di aver fatto virare un’intera nazione verso tutti i sapori e le diete mediterranee, non sono nemmeno sicura di cosa potrebbe pensare di tutto questo un popolo di innamorati cotti del cappuccino, di amanti del curry e del kebab. E oltretutto, mi pare che la Toscana sia una regione nel Bel Paese centrale. Il fascismo del cibo italiano, e la geografia, mi forzerebbe perfino a sottolineare che nè la polenta nè il parmigiano sono particolarmente toscani, anche se certamente lo sono alcuni tra i migliori olii d’oliva. E il pesto, quella cosa verde che qui in GranbrItalia spalmiamo ovunque, viene da Genova, la capitale della Liguria. Dovremmo davvero chiedere ad Alessandra Fasce, la vincitrice del Campionato Mondiale del Pesto 2016, tutto ciò che vogliamo sapere dell’oro verde. Forse Alessandra potrebbe persino insegnarci a farlo, il pesto.

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